UN FATTO SOCIALE TOTALE? Il ruolo dei sociologi al tempo della pandemia / A TOTAL SOCIAL FACT? The role of sociologists at the pandemic time

Antonello Petrillo

Abstract


Un fatto sociale totale. L’antica definizione messa a punto un centinaio d’anni fa (1923-24) da Marcel Mauss (2002) a partire dalla ricostruzione delle pratiche di “dono” indica fenomeni della vita sociale che, pur specifici, appaiono tuttavia in relazione con tutti gli altri, rendendo possibile attraverso la loro analisi la lettura complessiva di un’intera società. La definizione è stata evocata da molti studiosi nel dibattito pubblico che ha accompagnato la pandemia da Sars-CoV-2.

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Un’opportunità per le scienze sociali? Un’opportunità sicuramente ma, a giudicare dai fatti, un’opportunità alquanto disattesa o, almeno, non colta fino in fondo. Malgrado l’evidente peso della componente sociale nella diffusione della pandemia, nelle sue cause e nei suoi effetti, le scienze sociali sono restate ampiamente ai margini nel grande gioco delle scienze cui il virus ha dato vita, marginali nei circuiti della comunicazione mainstream e soprattutto nei processi decisionali di governo della crisi. 

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Il senso – ancora completamente aperto – della frase “andrà tutto bene”, non potrà che dipendere interamente da tali scelte: compito della sociologia è soltanto far «conoscere in modo più ampio l’origine sociale, collettivamente occultata, della disgrazia, in tutte le sue forme, comprese le più intime e segrete», nella piena consapevolezza che «rendere coscienti i meccanismi che rendono la vita dolorosa, persino invivibile, non significa neutralizzarli; portare alla luce le contraddizioni non significa risolverle»; significa semplicemente che «quello che il mondo sociale ha fatto, il mondo sociale, armato di questo sapere, può disfarlo» e «che che ogni politica che non sfrutti pienamente le pur ridotte possibilità d’azione, che la scienza può aiutare a scoprire, può essere considerata colpevole di omissione di soccorso nei confronti di una persona in pericolo» (Bourdieu 2015, p. 854, passim). Mostrare le alternative che il corpo sociale continua spontaneamente a generare a dispetto dei “There Is No Alternative” che il discorso pubblico incessantemente riproduce, opporre al “mondo così com’è” del racconto neoliberale la realtà spesso cruda del “mondo che c’è”, costituisce, in ogni caso, l’unico modo che conosciamo per contrastare le tentazioni di “fine del mondo” che ogni crisi fa puntualmente emergere: la nostra forma di (dolorosa) consapevolezza della irrinunciabile necessità della presenza (De Martino 2002).


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Registrazione presso il Tribunale di Napoli n. 37 del 05/07/2012