FATE PRESTO!/HURRY!

Vincenzo Cuomo

Abstract


Partiamo dal titolo evocativo di un importante giornale – «Il Mattino di Napoli» del 26 novembre 1980 – all’indomani del catastrofico terremoto che colpì alcuni territori del Sud Italia e la Campania in particolare, con migliaia di vittime e feriti che giacevano, inermi sotto le macerie, affidandosi solo a un Dio per sperare, per poter vedere salva la propria “pelle”, per l’ennesima volta.
La Campania, Napoli in particolare, avevano già vissuto l’esperienza altrettanto drammatica dell’epidemia del colera nell’estate del 1973, con tutte le naturali associazioni che si potrebbero fare con l’attuale pandemia. Due sciagure, due tragici eventi che hanno segnato forte il destino amaro di queste terre, di queste parti più periferiche della nazione e, per giunta, ambedue connotate dalle catastrofiche scelte che ne seguirono e ne segnarono il drammatico corso in termini di scelte politiche, sociali ed economiche abiette e nefaste.
Per il “colera” si poteva chiamare sul banco degli imputati una cittadinanza locale responsabile di dubbie e arcaiche usanze, costumi e abitudini sì tanto radicate da segnarne il destino e la propria, specifica identità, guarda caso, come si sta facendo con la Cina oggi. Diverso fu per il terremoto, almeno in un primo momento, in quanto non si poté tirare in ballo alcuna hybris e fu generalmente descritto come un tragico e ineluttabile evento, una fatale calamità che si accanì contro chi già navigava in cattive acque, sia per l’avverso fato, sia per proprie responsabilità o “indole”.
Anche il pandemico COVID-19 (manco fosse un brand!) è stato narrato come un’inevitabile, inarrestabile iattura, che per pura casualità ha colpito uno dei cuori produttivi dell’Europa. Anzi, se proprio vogliamo dirla tutta, sarà stato senz’altro un tragico scherzo del destino, cinico e baro, una maledetta congiuntura, un errore di madre natura che ha permesso la fatale visita di un virus “straniero” (ci mancherebbe!), incarnatosi nel paziente zero, forse tedesco e di ritorno dalla via della seta, che ha contagiato le laboriose e produttive province padane; questo sempre, a detta del pensiero dominante nell’opinione pubblica, oggi proditoriamente, ma anonimamente convogliato nei media mainstream nazionali che gestiscono le nostre esistenze.

[...]

Chiudiamo leggeri, ma non troppo, con una poesia (di evidente ispirazione ungarettiana) recitata dall’amico G. al rientro dalla spettrale camminata per il quartiere, dopo il video-collegamento con l’Università:

Chiusi dentro, si muore. Fuori, lo stesso.

A noi ha ricordato le famose foglie. Se fosse, significa che uscirà ancora il sole della vita.


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Registrazione presso il Tribunale di Napoli n. 37 del 05/07/2012